Verso il mare aperto

Medicina

La campagna di screening dei tumori cutanei sulle persone a rischio. Intervista a: Caterina Foti – Presidente SIDAPA – Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale

La campagna “L’amore per il mare è nella nostra pelle” è partita dalla Puglia come progetto pilota promosso da SIDAPA. Ci racconta come è nata l’idea, gli obiettivi e le aspettative?

La società scientifica SIDAPA si occupa di problemi dermatologici e allergologici legati a motivi professionali e ambientali. Dal momento che è ben nota la correlazione tra esposizione ai raggi ultravioletti (naturali e artificiali) e insorgenza di tumori della pelle, abbiamo deciso di farci promotori di una campagna che mettesse in risalto l’importanza di proteggere la pelle e di fare prevenzione attraverso la sensibilizzazione delle categorie a rischio. È necessario, infatti, attuare screening per individuare le lesioni che possono trasformarsi in forme maligne e il cui sviluppo è favorito proprio nei soggetti a rischio. Per questa ragione la scelta di fare prevenzione è caduta su una categoria professionale come quella del personale della marina che per la sua attività lavora all’aria aperta ed è particolarmente esposto alle radiazioni solari. Abbiamo individuato una popolazione abbastanza omogenea e di over 40 in quanto le neoplasie legate ai raggi solari si sviluppano dopo un certo numero di anni di esposizione. L’obiettivo era quello di valutare la Caterina Fotifrequenza dei tumori della pelle in questa tipologia di popolazione e dare indicazioni di tipo preventivo per poterle coglierle in fase iniziale. Le nostre aspettative non sono andate deluse: grande successo della campagna, grande adesione del personale della marina ed evidenze importanti.

Le esposizioni solari reiterate e senza protezione causano l’insorgenza di lesioni cancerose, come la cheratosi attinica. Vi sono categorie professionali particolarmente esposte a questo rischio: quali sono?

Tutti coloro che svolgono di routine un lavoro all’aperto sono a rischio di cheratosi attinica, sebbene l’insorgenza della patologia e la gravità dipendano anche dall’utilizzo di indumenti protettivi (magliette, pantaloni, cappelli con visiera, occhiali da sole), che sono ancora più importanti dell’uso degli schermi solari, in quanto offrono una protezione continua e non sono soggetti a modifiche dovute ai fattori ambientali o individuali (temperatura, acqua, umidità, sudorazione). Sicuramente gli agricoltori e i pescatori presentano un rischio molto elevato perché sono spesso scoperti durante le ore di attività lavorativa; chi opera in autostrada, i muratori, i carpentieri e i bagnini sono a rischio elevato. Gli sciatori sono a rischio perché, sebbene coperti abbondantemente, hanno alcune zone del corpo prive di protezione e, quindi, più aggredibili dai raggi solari che si riflettono maggiormente sulla neve.

In che modo si può intervenire quando viene diagnosticato un tumore della pelle non melanoma come la cheratosi attinica?

Nei casi in cui viene diagnosticato un tumore si deve distinguere se si tratta di una neoformazione superficiale o profonda: nel secondo si ricorre alla chirurgia o alla terapia fotodinamica. Quando la diagnosi è di cheratosi attinica, tumore in situ, diverse sono le opzioni terapeutiche tra le quali è possibile scegliere: dalla terapia chirurgica al laser per lesioni singole, mentre se il danno è generalizzato si opta per prodotti farmacologici topici, come ingenolo mebutato, molto comodi e semplici da usare perché prevedono applicazioni di pochi giorni e la restitutio ad integrum della cute; c’è da sottolineare che questi farmaci innovativi agiscono oltre che sulla lesione attinica principale anche sulla cute circostante, il cosiddetto ‘campo di cancerizzazione’, sede di cellule displastiche. La cosa più importante, dopo la diagnosi, è intervenire in ogni caso perché solo il trattamento tempestivo impedisce alle lesioni di progredire verso forme più aggressive e pericolose.

 

Stefania Bortolotti

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