Una patologia dimenticata: la sindrome dell’intestino irritabile

Salute

L’imperativo categorico? Tutelate la qualità della vita dei pazienti affetti dalla sindrome dell’intestino irritabile, sostiene il comitato IBS (Irritable Bowel Syndrome –  www.ibscom.it).

Intervista a: Antonio Gasbarrini, Professore Ordinario di Gastroenterologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Professor Gasbarrini, che cos’è IBSCOM e perché è nato?

Il comitato IBSCOM (o comitato per l’IBS) è un comitato multistakeholder fatto da politici, rappresentanti delle istituzioni e ricercatori esperti del mondo della sindrome dell’intestino irritabile che ha deciso di far emergere per le istituzioni, per il pubblico, per la classe politica, per i media, l’importanza della Sindrome dell’Intestino Irritabile come malattia che può avere un impatto sociale.

Cos’è la sindrome dell’intestino irritabile e perché è tanto difficile diagnosticarla?

La sindrome dell’intestino irritabile è un insieme di sintomi, secondo l’ultima classificazione di Roma 4, accomunati da dolore addominale e dalla contemporanea comparsa di un disturbo dell’evacuazione. Nel passato per l’IBS, nella classificazione di ROMA 3, si parlava di ‘discomfort addominale’; con la nuova classificazione invece scompare questo termine e viene introdotta la parola ‘dolore’ addominale. Queste persone hanno una sintomatologia caratterizzata da dolori addominali ricorrenti accompagnati da disturbi dell’evacuazione. Questi sono sintomi che possono essere comuni a molte malattie.

Nel passato, sotto il grande ombrello dell’intestino irritabile veniva compresa anche la celiachia atipica, la contaminazione batterica intestinale, delle diverticolosi dell’intestino tenue non diagnosticate, l’intolleranza al lattosio. Il termine IBS comprende una miscellanea di patologie, che piano piano con l’evoluzione della diagnostica si sta sempre più assottigliando perché ogni volta che si fa una diagnosi precisa si ‘esce’ dall’etichetta ‘intestino irritabile’ e si entra nelle diverse patologie.

Quali sono i sintomi di questa condizione?

In primo luogo i dolori addominali, accompagnati a disturbi dell’alvo (diarrea, stitichezza, diarrea alternata a stitichezza) che sono ricorrenti nel tempo. L’IBS è per definizione una malattia cronica, ma può partire anche all’improvviso, dopo un forte stress. Il trigger è quasi sempre un evento stressante, non necessariamente psicologico; può essere anche l’uso di un antibiotico, una gastroenterite infettiva, un’intossicazione da alcol, un lutto familiare, una bocciatura a scuola. Un evento traumatico insomma che attiva il leaky gut, l’iperpermeabilità, che poi spesso in alcuni si auto-mantiene nel tempo.

Vanno naturalmente escluse altre malattie (malattia diverticolare, morbo di Crohn, morbo di Whipple, diverticolo di Meckel, sindrome del legamento arcuato, un’enterite autoimmune, un’aterosclerosi della mesenterica); non si può mai banalizzare l’IBS perché dietro possono esserci malattie importanti.

Cosa potrebbe esserci alla base di questa malattia?

È importante sollevare l’attenzione su questa malattia perché non è caratterizzata da un disturbo organico classico, ma ad essere alterato è il rapporto tra cervello e intestino, il brain-gut axis. Si è visto che tutte le persone con sindrome ansiosa e tratti depressivi, hanno molto spesso presentano una ‘somatizzazione’ che, nel gergo dei medici di una volta voleva dire ‘non ha niente, si sta inventando un disturbo addominale’. In realtà si è visto che le persone estremamente stressate e ansiose mandano dei messaggi, dal cervello all’intestino, che causano una iperpermeabilità dell’intestino (leaky gut), dovuta all’apertura delle tight junction tra gli enterociti.

Questa iperpermeabilità fa passare piccoli frammenti di traslocazione batterica del microbiota, che attivano l’immunità, l’infiammazione intestinale. Se questa infiammazione intestinale è costantemente attivata, che è quello che può succedere in una persona sottoposta a stress e problematiche continue, si avrà un’infiammazione intestinale costante che in alcuni può esitare in una malattia autoimmune (es. morbo di Crohn, colite ulcerosa); in altri determina una traslocazione con una meta-infiammazione sistemica, che può attivare varie malattie autoimmuni; in altri può dare luogo ai sintomi dell’IBS, a disturbi legati all’infiammazione intestinale con ipersensibilità e dolore.

Il mondo dell’intestino irritabile insomma sta coniugando le problematiche psicologiche a quella che è una somatizzazione, non più invenzione di qualcosa, ma una vera e propria microinfiammazione intestinale, caratterizzata da dolore.

Come si tratta la sindrome dell’intestino irritabile?

Con l’accrescersi delle conoscenze abbiamo finalmente capito come curare queste malattie. Non più solo con i farmaci, che tra l’altro non sono neppure tanti per l’IBS, ma con due approcci fondamentali: la psiche e la nutrizione. Noi dovremo avere sempre in staff degli psicologi per fare test a queste persone e capire se hanno bisogno di approcci psicoanalitici, di terapia comportamentale, di farmaci quali inibitori del reuptake della serotonina, benzodiazepine. Fondamentale anche il mondo della nutrizione. Se si verifica un leaky gut, se passano frammenti batterici di un soggetto che ha una dieta molto ricca di proteine animali, passeranno molecole del mondo della putrefazione; se la dieta è molto ricca in fibre, passeranno batteri saccarolitici, ad attività anti-infiammatoria. La nutrizione dunque può modulare quello che sta passando.

Ma non è facile prescrivere la dieta giusta a queste persone.

Sulla carta, una dieta ricca di frutta e verdura è benefica e salutare; ma se ho una continua infiammazione intestinale, la parte villare degli enterociti spesso viene persa; una continua metainfiammazione può farmi perdere le lattasi di superficie e altre disaccaridasi e polisaccaridasi di superficie; quindi nella fase iperacuta è meglio ridurre le fibre, i polisaccaridi nella dieta e affrontare il problema da punto di vista psicologico. Superata questa prima fase è possibile reintrodurre i polisaccaridi complessi, che sono fondamentali per far crescere alcuni batteri ad attività anti-infiammatoria del colon.

Il team che prende in cura il paziente con IBS deve essere composto da nutrizionista, psicologo, gastroenterologo, e a volte anche psichiatra. La terapia deve essere multidimensionale e multispecialistica; l’obiettivo è di far ritrovare l’equilibrio e l’omeostasi dei rapporti cervello-sistema immune intestinale. L’intestino è il depositario dell’80% dell’immunità dell’organismo.

Professore, come attivare una catena di trasmissione culturale per far riconoscere come significativo il sintomo dolore?

Bisognerebbe intanto sdoganare la parola somatizzazione. Cosa ci ha insegnato la letteratura moderna su questa parola e cosa ci ha insegnato il mondo del microbiota? Che il nostro organismo è popolato dal microbiota che tra le tante sue funzioni, ha quella di attivare l’immunità. È un potente attivatore immunologico. Ma questa attivazione immunologica in buona parte è controllata dalle fibre neuro-enteriche, cioè dal nostro sistema nervoso, che attraverso questa iper-permeabilità, controlla il passaggio di batteri che attivano l’immunità. Quindi, sdoganare la parola ‘somatizzazione’ nell’IBS vuol dire far capire alla gente che i grandi stress, soprattutto psicologici, possono attivare delle vere e proprie malattie. La somatizzazione quindi, a tutti gli effetti deve essere considerata una malattia da curare.

Quasi tutti i trial sull’IBS ormai non hanno più i sintomi come target, ma la qualità di vita. Ormai il primo endpoint di miglioramento, non è la riduzione della diarrea, del dolore, del meteorismo, ma il miglioramento della qualità di vita della persona, di tutte le condizioni causate dalla somatizzazione. L’obiettivo di IBSCOM è far capire che gli italiani che soffrono di disturbi riconducibili all’IBS, che questi non sono l’espressione della pazzia di una persona che finge di stare male; queste sono persone che stanno realmente malissimo ed hanno una qualità di vita pessima.

La qualità di vita dell’IBS è disastrosa. E forse questi sono tra i malati più difficili perché non si riesce a trovare un organo danneggiato; ad essere danneggiato è il sistema di comunicazione ambiente esterno-cervello-sistema immunitario. Serve uno staff di medici e professionisti molto ampio per gestire questi malati, per malattie che di fondo non sono nemmeno riconosciute (è addirittura motivo di ricovero inappropriato) e questi pazienti finiscono nella realtà ad essere gli ultimi degli ultimi. E un IBS studiato male, costa anche molto. Queste persone, disperate, tornano a fare esami ogni mese per 10 anni; costano tantissimo al SSN perché non riescono a trovare una risposta al loro star male.

 

Stefania Bortolotti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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